di Leonardo Brembilla

Il Kazakistan è in subbuglio. Da diversi giorni, l’ex repubblica sovietica è attraversata da violente proteste di piazza, concentrate soprattutto nei centri urbani e represse con violenza dalle forze di sicurezza kazake.

Soldati confrontano i manifestanti in Kazakistan
Soldati confrontano i manifestanti in Kazakistan

Iniziate in modo pacifico in seguito all’aumento dei prezzi del gas deciso dal governo del presidente Tokayev, le proteste si sono allargate a diversi centri urbani del paese, tra cui la capitale Nur-Sultan e la città di Almaty. Le proteste si sono trasformate in breve in aperta sommossa contro il regime del presidente Tokayev, ma soprattutto contro l’ex presidente Nazarbayev, alla guida del Kazakistan dall’indipendenza al 2019 e tutt’oggi vero detentore del potere nel paese.

I manifestanti hanno inizialmente sopraffatto la polizia e l’esercito che cercavano di soffocare la rivolta, assaltando e incendiando palazzi governativi e provocando una reazione violenta da parte delle istituzioni. E così, mentre iniziavano a contarsi le vittime civili, Tokayev ha definito la rivolta “atto di terrorismo”, invocando l’intervento militare degli alleati del CSTO, l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza collettivo, una sorta di piccola NATO che unisce Russia, Armenia, Bielorussia, Kirghizistan e lo stesso Kazakistan.

E l’intervento si è di fatto concretizzato, con l’arrivo nel paese di un contingente di 2500 unità, la maggior parte russe. Un intervento che, come sottolinea il giornalista de La Stampa Giordano Stabile, conferma l’emergere di un diverso approccio, più interventista, da parte della Russia di Putin di fronte a quelli che considera rischi per la propria sicurezza nelle regioni adiacenti ai suoi confini. Un interventismo già emerso in Bielorussia con le proteste del 2020, e che accresce il timore per la sicurezza dell’Ucraina e per gli approvvigionamenti energetici dell’Occidente.

L'ex presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev (sinistra) con l'attuale presidente Kassym-Jomart Tokayev (destra)
L’ex presidente del Kazakistan, Nursultan Nazarbayev (sinistra) con l’attuale presidente Kassym-Jomart Tokayev (destra)

Gli scontri in Kazakistan, del resto, rischiano di avere conseguenze per la stabilità di tutta la regione e di intaccare gli interessi di diversi attori globali. Il Kazakistan, strettamente legato alla Russia da vincoli di natura storica ed economica, ha infatti costruito negli anni successivi all’indipendenza solidi rapporti anche con l’Occidente e con la Cina, che nel paese ha importanti interessi.

Interessi legati alla sicurezza, visto che il Kazakistan confina con la provincia dello Xinjiang, ma anche di natura economica, visto che Dragone ha investito molto in Kazakistan, guardando soprattutto alle infrastrutture necessarie alla Nuova Via della Seta e all’estrazione di metalli come l’uranio, fondamentale per la transizione energetica che Pechino ha deciso di basare in maniera consistente anche sul nucleare.

Le conseguenze preoccupano anche l’Europa, e in particolare l’Italia, che rappresenta il primo partner commerciale europeo e il terzo partner globale del Kazakistan.

Il Kazakistan è un Paese di riferimento per la stabilità dell’Asia centrale, oltre che un importante partner commerciale italiano”, spiega a Formiche.net il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano, che assieme al nuovo ambasciatore italiano a Nur-Sultan, Marco Alberti, segue da vicino l’evolversi della vicenda kazaka.

Luigi Di Maio presiede la Conferenza Italia - Asia Centrale in Uzbekistan
Luigi Di Maio presiede la Conferenza Italia – Asia Centrale in Uzbekistan

L’Italia ha investito molto negli ultimi anni sul rapporto con il Kazakistan e sull’Asia centrale tutta. Lo dimostra la creazione, nel 2019, della Conferenza Italia – Asia Centrale, nel formato 1+5 (Italia più Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan). La conferenza, la cui seconda edizione si è tenuta a inizio dicembre a Tashkent, in Uzbekistan, rappresenta il primo tentativo di creare un framework multilaterale strutturato tra le cinque repubbliche centroasiatiche ed un paese europeo. L’iniziativa diplomatica ha permesso all’Italia di porsi come interlocutore privilegiato nella regione, rafforzando al contempo la propria presenza sui mercati centroasiatici.

Come sottolinea ancora il sottosegretario Di Stefano, “oltre ad essere un importante partner commerciale dell’Italia, il Kazakistan è un asse portante del formato 1+5”: lo è per dimensioni, geografiche ed economiche, per la collocazione strategica che ne fa snodo di flussi commerciali tra Europa e Asia e per la sua rilevanza in termini energetici e di approvvigionamento di materie prime.

“Se nei primi anni Novanta” – spiegava Fabio Indeo in un articolo pubblicato da Limes nel 2013 – “gli interessi italiani erano focalizzati sullo sfruttamento delle consistenti riserve di gas e petrolio, con il passare degli anni il Kazakistan ha progressivamente assunto il ruolo di partner privilegiato per l’Italia nell’Asia centrale post-sovietica, sviluppando un’intensa cooperazione anche in ambito politico e della sicurezza.” Le relazioni diplomatiche tra i due paesi si sono rafforzate nel 2009, con la “stipula del Trattato di partenariato strategico” e “l’adozione di protocolli d’intesa economico-commerciali” in occasione della visita di Nazarbayev a Roma.

Una statua di Nursultan Nazarbayev abbattuta dai manifestanti
Una statua di Nursultan Nazarbayev abbattuta dai manifestanti

Infine, “la felice combinazione tra stabilità politica, disponibilità di idrocarburi e crescita economica sostenuta ha rappresentato un irresistibile polo d’attrazione per gli investimenti italiani”, concentrati soprattutto nei settori dell’energia e delle costruzioni, con l’arrivo in Kazakistan di aziende quali Eni, Saipem, Salini Impregilo e Italcementi.

Gli scontri di questi giorni gettano un’ombra di incertezza sul futuro del paese e degli equilibri regionali. L’intervento russo minaccia di destabilizzare ulteriormente il paese. Tutti elementi che giustamente preoccupano i paesi occidentali, Italia in primis. Il rischio che ancora una volta i paesi europei rimangano alla finestra, spettatori impotenti di stravolgimenti geopolitici in aree strategicamente rilevanti, è purtroppo alto.